Generazioni (a volte ritornano) - 1/3
Agli inizi degli anni '80 ero un adolescente abbastanza inquieto (come molti adolescenti) comunque attratto dalla prevalente atmosfera edonistica che permeava come ottimismo ubriaco la cultura popolare dell'epoca, o quantomeno l'ambiente relativamente benestante della provincia. Non senza ragione, con uno sguardo a posteriori.
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| Una trasmissione RAI che segnò l'immaginario di molti. |
Gli studi liceali mi proponevano una cultura 'alta' in cui la classicità, la storia della filosofia e l'analisi politica orientata in senso marxista potevano convivere con il postmodernismo spicciolo, l'apprezzamento della trionfante moda italiana, la frequentazione delle discoteche e la voglia di divertirsi in senso ampio. Studiavo (parecchio), lavoravo d'estate al bar, avevo qualche lira in tasca.
Ma l'adolescente inquieto cercava altro, il synth-pop (britannico specialmente) da ballare non bastava e il rock degli amici più grandi, quello dei mostri sacri dei '60 e '70, sembrava pomposo e demodé, oppure sciatto e volgare, come certo punk.
L'attrazione per l'abisso (Nietzsche, prevedibilmente) si fa sentire, l'oscurità chiama, e se anche l'adolescente in questione non è così disagiato da percorrere sentieri estremi o autodistruttivi, un'esperienza estetica, una piccola catarsi, non si negano a nessuno. Gli artisti maledetti o che si presentano come tali, meglio se morti giovani, sono in un certo passaggio della vita irresistibili. Scartati Morrison, Hendrix, Jones e compari come ciarpame da soffitta, in quegli anni due nomi si fecero spazio (e se lo tennero) nella percezione dell'adolescente in questione: Joy Division e The Smiths.
Il primo nome aveva già nel povero Ian Curtis l'icona sacrificale adatta allo scopo (nessuna ironia nel 'povero', quella è stata veramente una tragedia), il secondo gruppo musicale aveva in Morrissey una figura sempre in bilico tra autocommiserazione, teatralità, provocazione, slancio verso il mondo e ripiegamento su sé stessi.
Date queste premesse, i brani musicali e l'immagine percepita di questi due gruppi rappresentavano i compagni ideali per i momenti di depressione e autocommiserazione che non mancano mai nell'adolescente mediamente introverso e intellettualoide.
Mi rendo conto però che stiamo parlando di due realtà molto diverse tra loro.
Lucido, catatonico, segnato da ritmiche di balletti meccanici, il post-punk dei Joy Division unisce - appunto - il punk britannico con l'influenza sperimentale dei gruppi tedeschi (Can, Neu, Faust, Kraftwerk) degli anni '70, prosciugando gli eccessi di romanticismo in un suono essenziale e spigoloso che evolve arricchendosi da Unknown Pleasures a Closer.
Gli Smiths forgiano un abecedario di stili pop-rock nella loro produzione, unendo melodie cantabili e orchestrazioni cristalline, come controcanto a un tema frequente nei loro testi, cioè storie di incomprensioni e di personaggi 'perdenti', battuti dalla vita. Non mancano esempi di slancio vitale e affermazione di sè, coerentemente musicati, come ad esempio Ask o Panic.
Seguendo puramente la voglia di scrivere, nei prossimi posts tornerò ad ascoltare e commentare due brani su cui, mi rendo conto, è veramente difficile dire qualcosa di nuovo: 'Love will tear us apart' e 'How soon is now?'

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