Più vicino (a cosa) - 2/3

Piccolo avvertimento metodologico: come sanno tutte le persone minimamente esperte in studi letterari o testuali, l'identificazione di un personaggio o di un'opera con il punto di vista o lo stato psicologico-emozionale dell'autore è un'operazione scivolosa e quasi sempre fuorviante. Metterò appena possibile qualche riferimento per approfondire l'argomento; basti qui ricordare un esempio tipico in cui il famoso monologo del Macbeth di Shakespeare veniva in passato identificato da parte del pubblico e della critica con il punto di vista, ampiamente pessimistico, dell'autore. A parte l'obiezione per cui Shakespeare scrisse anche commedie, che esprimono quindi, per analogia, punti di vista più ottimistici sulla vita, l'obiezione principale rimane quella per cui personaggi ed opere sono essenzialmente finzioni e quindi costruzioni coscienti e separate dall'autore stesso. Ci sono eccezioni, ovviamente, quantomeno nell'intenzione dell'autore stesso, nella sua pretesa di autenticità e immediatezza.


Love will tear us apart si annuncia sepolcrale - letteralmente - fin dalla copertina (versione 12"):




su sfondo nero, una cornice racchiude la ormai celeberrima foto di Bernard Pierre Wolff, raffigurante una statua su una tomba famigliare nel cimitero monumentale di Staglieno (un'altra foto dallo stesso luogo viene usata anche per l'album Closer). Ora, visto che il singolo viene rilasciato, mi sembra, poco dopo la morte dello stesso Ian Curtis, nonostante l'indubbia bravura del team grafico (Atkins e Saville) e la forza comunicativa dell'immagine, non posso non percepire ora la forzatura, voluta o meno, di un marketing funereo su questo avvenimento tragico (e non sarebbe né la prima né l'ultima volta che accade).
PS - Come dichiarato da Peter Saville, pare che questo effetto marketing sia stato involontario, perché la grafica di copertina era stata concordata in anticipo con tutto il gruppo.

All'epoca del primo ascolto, sui miei 16 anni, l'effetto fu invece molto più diretto e facilmente mi identificai con lo stato d'animo espresso dal testo. Prova ne fu che questo brano divenne un oggetto insieme desiderato ed evitato, da ascoltare saltuariamente, perché da un lato esprimeva una indubbia e composta bellezza, dall'altro evocava stati d'animo e ricordi non sempre piacevoli.

Oggi l'ascolto del pezzo, in due versioni leggermente differenti sul 12", esalta la semplicità dell'insieme. Forse il pezzo più 'pop' del gruppo, certamente il più conosciuto e ripreso in tante versioni, ha una orchestrazione lineare ma contrastata tra la distensione delle tastiere, quasi come sezione d'archi sintetica, e le chitarre. Il basso è in primo piano nel formare la melodia, la chitarra ritmica è energica e insieme punteggiano il 'tappeto' di tastiere. Il cantato è quasi recitato, distante. Ecco, il testo in sé è semplice e diretto, descrive con onestà la crisi di un rapporto nel suo punto più critico. Ma quello che mi impressiona è la distanza dalla situazione, l'assenza di rabbia o pianto. Quello che emerge a mio avviso prepotente è il senso di  rassegnazione e impotenza. Sintomi di una patologia ormai invincibile?

Se ricordo a memoria, in qualche documentario in giro su Youtube (ricordatemi di cercare la fonte) conoscenze dirette della band descrivevano i componenti come tipici ragazzi della Manchester popolare e sottolineavano come l'atmosfera nel gruppo fosse generalmente molto distesa e anche scherzosa. Da un lato, prendendo per buona la mia memoria e quanto riportato, questo confermerebbe la tesi della non sovrapponibilità  dell'opera con il suo autore. O come usava dire la mia docente universitaria di letteratura inglese (Daniela Guardamagna, la saluto caramente), 'anche Beckett mangiava pane e salame' ovvero che l'autore generalmente considerato come un campione di pessimismo nella letteratura del '900 aveva una umanità sfaccettata, senso dell'umorismo e viveva nella quotidianità come milioni di altri esseri umani.

Ecco, se di patologia vogliamo parlare, allora di certo l'epilessia di cui soffriva Ian Curtis può essere considerato un fattore aggravante delle sue difficoltà. La bellezza lineare di questo brano trasfigura la realtà biografica in una serenità distante e fragile. Nel testo e nel canto, rassegnazione e distacco mi sembrano ancora i termini più adatti. A livello estetico, quindi, la catarsi stempera la tragedia esistenziale.

Facciamo il gioco del 'se' solo per un attimo. Se Curtis avesse superato questa crisi, se avesse trovato un motivo in più per restare tra le persone che lo amavano, cosa avrebbe scritto? Dove sarebbe stata diretta la sua sensibilità acuta e dolente? Azzardiamo, compassione, lirismo, contemplazione. Sorriso. Mi piace pensarlo.

(fra poco arriviamo agli Smiths...)

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