Per Antonella
Quest'anno Antonella Ruggiero compirà 70 anni. Un omaggio.
Ultimamente, non mi ricordo in che occasione, sono ricapitato per caso su video/brani dei Matia Bazar. Oltre a qualche brano leggero e ballabile come Ma perché, della prima produzione degli anni '70, sono stato attratto particolarmente dai 2 album in cui si rivela compiutamente la svolta elettronica degli anni '80, cioè Tango e Aristocratica.
Li conoscevo già, ma avevo dedicato loro un ascolto distratto, in passato. Di Tango avevo comprato il 45 giri del celeberrimo Vacanze romane, all'epoca della sua uscita (modernariato...). Avevo visto in diretta la bella esibizione a Sanremo '83, in cui il gruppo presentava un suono e un'immagine originale, una sintesi di suoni e stile visivo che trasportava la tradizione della canzone novecentesca italiana in una contemporaneità leggermente estraniata e ironica. Il gruppo si mostrava quasi come un parallelo mediterraneo e 'caldo' dei contemporanei Kraftwerk, Ultravox, Gary Numan. Avevo ascoltato qualcosa alla radio ma mai dedicato troppa attenzione. Ascoltando meglio e con più maturità ho avuto diverse piacevoli sorprese.
Intanto, appunto, la voce di Antonella. Un talento naturale (soprano leggero, leggo in giro da ignorante in materia), in questi due album mette a frutto la sua maturazione, i suoi studi, la sua passione per l'operetta.
Sperimenta (soprattutto in Aristocratica), seduce, gioca, trasmette una piacevole sicurezza nei propri mezzi. Il gruppo l'aiuta e le dà spazio, ottimi professionisti che qualche volta suonano un po' influenzati dai suoni internazionali del momento (e comunque si tratta sempre di ottima fattura), ma molto spesso azzeccano sintesi e 'pastiches' ancor oggi godibilissimi.
Aggiungo anche che i testi cercavano di coniugare ironia e ricerca, leggerezza ed echi di poesia contemporanea, abbondando in metafore, citazioni e analogie, un po' nel solco del Battiato de La voce del padrone, ma senza esagerare nello sfoggio di erudizione.
Di tanti pezzi che ascolto volentieri, uno si è imposto in maniera direi subliminale, provocando in me una attrazione irresistibile, un richiamo e una vertigine non chiaramente definibile ma affine al Sublime (sub-limen) come però in una versione depurata dalle sue parti troppo perturbanti e incontrollabili.
Il pezzo è Il video sono io. Ascoltando il cantato, l'associazione che subito ho fatto è quella dell'esperienza delle Sirene nell'Odissea. Sentirsi proprio come Ulisse richiamato dal canto delle Sirene (senza pericoli nascosti, però, bel vantaggio).
del dopofestival...come pietanza.
Il brano inizia con un pattern percussivo elettronico-tribale, accompagnato da vocalizzi non intelligibili di Antonella (in qualche sito viene riportato 'Uno show, uno show, uno show...'). Trombette ubriache e sintetiche introducono il tema strumentale.
La parte cantata inizia con due versi cantati in maniera aggressiva:
Se davvero vedi il genio che c'è dentro me
Non stupire non svenire mai
Già siamo oltre la superficie, aldilà della membrana dello schermo. C'è un genio dietro, c'è un genio dentro. Ma bisogna vederlo, bisogna adorarlo. La sua esperienza, di evidente radicale alterità, può provocare vertigini, svenimenti, come in un estenuante revival Vittoriano. Il gioco è già più serio di quello che sembrerebbe (chissà se qualcuno del gruppo all'epoca vide Videodrome di David Chronenberg?).
poi si distende nelle lunghe note ipnotiche del ritornello:
Il video sono io, un video tape
Nozionato programmato
Il video sono io vitalità
Funzionale, razionale
Io sono il video, senza io cosciente non c'è percezione di quanto scorre sulla membrana del monitor. La rappresentazione presuppone l'individuo, non il gruppo (noi) né l'altro (tu). Vitalità.
C'è vita oltre lo schermo, c'è vita dopo le riprese e il montaggio? Sembrerebbe che il processo tecnico di trasformazione sia una specie di funerale della realtà, dove la rappresentazione sia la registrazione di 'un poco d'aldilà'. D'altronde l'ambiguità è sempre quella: dato il carattere di membrana tra due realtà rappresentato dallo schermo fisico, qual'è la realtà più vitale tra una rappresentazione di immagini in movimento e la passività ricettiva dello spettatore?
Lo spettatore attribuisce significato a forme, colori e suoni in mutazione su una superficie, come se ridesse vita a elementi che sono ormai tracce, resti di quanto o chi una volta stava di fronte alle telecamere.
Ci fu poi un video della canzone realizzato da Piccio Raffanini per la trasmissione RAI Mister Fantasy:
Nelle sue ingenuità, il videoclip ha il merito di cristallizzare l'estetica dominante del periodo, segnata dal trionfo della televisione e piena di richiami alle avanguardie artistiche del Primo Novecento, in cui l'Italia aveva avuto un ruolo determinante. Gli abiti del gruppo sono di Valentino, come riportato in più occasioni dal tastierista Mauro Sabbione. Una quintessenza di italianità che testimonia di poca sudditanza verso l'esterofilia e il provincialismo.
In questo video Antonella domina la scena come fantasma disseminato sugli schermi e a un certo punto il suo corpo spettrale appare sezionato feticisticamente in verticale su una colonna di monitor. La fine del video la vede trasformata in una dark lady con una capigliatura improbabile e leggermente luciferina (d'altronde, con quei capelli, poteva fare ciò che voleva...). La sua femminilità è dolce, distante e definita, sublimata il giusto per evitare la trappola della pupetta sexy che fa da carta moschicida per il pubblico maschile. Il resto del gruppo esegue movimenti e balletti nevrotici e senza senso evidente, quasi a evocare le contemporanee performances video di David Byrne dei Talking Heads.
La TV può essere alienante ma in questa canzone e in questo video diventa un irresistibile oggetto del desiderio, irraggiungibile e continuamente differito (Angelica...). E personalmente ci sono cascato del tutto, ammetto che la mia adorazione per questa cantante ha avuto inizio e forza dalla sinergia tra la canzone perfettamente cantata e il videoclip in questione. Grazie Antonella, grazie Matia Bazar, ci avete consegnato una icona di quegli anni ma godibile e incisiva anche dopo 40 anni dalla sua realizzazione. Il che, scusate, non è poco per un pezzo di musica leggera.
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