Gocce sul vetro: impressioni d'ascolto



Drop on Glass è il progetto solista di Lorenzo Carlini, musicista di consolidata esperienza sulla scena rock-metal della Capitale. Devo subito avvertire i lettori che questa mia recensione del suo ultimo lavoro, Light as a Feather, risentirà sia della mia inesperienza tecnica in materia musicale, sia della stima che nutro per l'autore. Pur conoscendolo da pochi anni, posso dire con sicurezza che Lorenzo è un ottimo professionista che conosce e pratica molti ambiti musicali (dalla scrittura all'esecuzione come polistrumentista, dalla didattica alla gestione di eventi dal vivo, etc.). Ma non solo, è un sincero amante della musica tanto da averne fatto il suo lavoro e una ragione di vita (e qui approfitto per fare pubblicità alla scuola di musica presso cui Lorenzo lavora, l'Esacordo). La mia recensione sarà quindi quella di un ascoltatore amatoriale di lungo corso e di gusti disparati, che anche per ragioni generazionali ha frequentato da vicino i generi ispiratori del lavoro in questione.

Dopo questa introduzione mista a una captatio benevolentiae verso il lettore, comincio dicendo che ho ascoltato con piacere il disco, che nasce, per ammissione diretta dell'autore, come 'dream-rock project, a mix of pop, indie, dark-wave, post-punk and shoegaze'. Siamo distanti dall'energia e dalla veemenza di altri progetti sul versante metal, qui i numi tutelari vanno ricercati in Cure, Joy Division, i primi U2, My Bloody Valentine.

La grafica stessa di copertina ci introduce in un mondo sfumato, di malinconia autunnale, di atmosfere oniriche, che, vedremo, si rifletterà con certa coerenza nell'insieme di musica e testo. La scelta di scrivere testi completamente in inglese si conforma ai modelli britannici (o Anglo-Irish, nel caso degli U2) ispiratori, ma aggiunge un ulteriore elemento di esoticità, estraniazione e lontananza (in questo caso rispetto a 'mamma lingua' italiana) al mood generale dei testi. Mood o atmosfera che frequenta luoghi letterari abbastanza consueti nei generi citati: nevrosi metropolitana, scacco esistenziale, malinconia, disagio che confina con rassegnazione e sfiora lucide disperazioni.
Per chi frequenta a qualsiasi titolo la letteratura inglese e francese moderna, è possibile tracciare una ascendenza che parte da Thomas Gray, MacPherson, sfiora la Gothic Novel, si sposta su Baudelaire e il Wilde di Dorian Gray. Arriva poi a tanta produzione novecentesca, di cui a mente riporto Samuel Beckett, l'esistenzialismo francese e Albert Camus (citato, per dire, dai Cure in Killing an Arab). Altri potrebbero integrare o modificare questa mia genealogia che è ormai patrimonio comune del post-punk e di tanto rock contemporaneo, in modo consapevole o meno.

Se posso fare un appunto da addetto ai lavori (ovvero da insegnante di lingua e letteratura inglese), non mi soffermerò sulla pronuncia più o meno corretta, che è questione secondaria a mio avviso. Un madre lingua italiano che canti in inglese avrà sempre un suono più o meno esotico alle orecchie degli anglofoni, a meno che non sia bilingue di famiglia o abbia lunghissima esperienza della lingua e di studi specifici. Paradossalmente questo esotismo potrebbe essere invece un fattore di attrazione e novità alle orecchie non italiane, come anche si può presentare il caso opposto (anglofoni che cantano in italiano, di cui non mancano esempi anche famosi).
Mi soffermerei invece sulla metrica specifica di ogni lingua e della sua produzione poetica. Senza scendere nel tecnico, direi che qui incontriamo qualche problema, qualche asperità, qualche scompenso ritmico, ma a discolpa dell'autore dirò che non è facile rendere la metrica della poesia in lingua inglese senza studi approfonditi. A livello di lessico e struttura si riscontrano altre ingenuità, tutte perdonabili in un lavoro che a livello linguistico cerca di rimanere popolare e artigianale, nel senso più sincero e genuino dei termini.
Da qui però la domanda e la provocazione per l'autore: perché non scrivere qualche testo in italiano? L'italiano per il post-punk è senz'altro una lingua non consueta ed esotica, ma non mancano esempi famosi e riusciti (per gli anni '80, mi vengono in mente i Litfiba di Desaparecido oppure soprattutto gli inevitabili CCCP di Giovanni Lindo Ferretti).

Tornando al disco, Taste of Hope parte energicamente e imposta il tono generale del lavoro, con la particolarità di una chitarra metal in un contesto giocato, mi sembra, tra influenze di Cure e U2. C'è quindi un raggio di speranza nell'oscurità, di cui il soggetto della canzone ha intuizione ma non possesso o consapevolezza. Come accennato in un altro post, la tematizzazione di argomenti come il dolore, la perdita, l'angoscia non presuppone necessariamente un punto di vista pessimistico da parte dell'autore. Una canzone rimane pur sempre un manufatto di finzione, estetico, che una volta uscita dalla penna e dagli strumenti del musicista tende a diventare universale e interpretabile variamente dagli ascoltatori. Ovvero ognuno ne avrà una percezione differente, ognuno vi troverà parte della propria esperienza, ognuno sentirà il pezzo più o meno vicino o distante a livello comunicativo.

My Desires Fault porta i primi U2 dalle parti dello shoegaze e aggiunge un pianoforte impressionistico. Non so perché ma ho trovato pure echi della struggente Sing (Blur), anche se il pezzo di Drop On Glass è più epico e meno intimista. 

Like You è una ballata che porta un momento di serenità ai tormenti precedenti, propone una visione (salvifica?) con accenti di linguaggio religioso e l'evocazione di una figura femminile che potrebbe rappresentare una Madonna laica per il XXI° secolo ('even smaller but for you / she's as big as the world itself'). Non per niente ospita vocalizzi femminili ad esaltare il climax della canzone.

Without è la traccia che dall'inizio mi ha attratto, ariosa, orecchiabile, ballabile, trainata da un basso corposo e distorto. Mi ha subito suggerito l'idea di un pezzo garage-psichedelico dei '60 aggiornato a 30 anni dopo, forse per la successione degli accordi. Per gioco, sostituiamo le tastiere con un Farfisa o un Vox, sporchiamo la parte vocale con qualche grido animalesco e quei coretti usati da tanti gruppi sixties (o dai Ramones...). Solo per gioco, ovviamente. Nel testo il tema della assenza e della mancanza ritorna, questa volta più come perdita che come vuoto spazio in cui il desiderio può evocare il suo oggetto. L'immagine della pioggia evoca la purificazione e il rinnovamento ('Now you can breathe under that rain') dopo la perdita e il distacco.

Defeat è un evidente omaggio ai Cure di Seventeen Seconds e Faith, ma non mancano tracce degli U2 di Boy e October. Anche questo brano, tra i più riusciti a mio avviso, è trascinante e 'pieno' dal punto di vista dell'arrangiamento. Il testo ritorna ancora sul lato oscuro dell'esistenza, questa volta mettendo l'accento su autocommiserazione, impotenza e frustrazione. Per non farsi mancare niente, in questa geografia estetica dello 'sfascio' interiore.

Isole ci dà sollievo e dalle grigie brughiere emotive del Nord ci trasporta in mezzo al silenzio di arcipelaghi disabitati, solo rotto dal rumore ipnotico delle onde appena increspate che si riversano sulla riva. Qui mi sembra di sentire echi dei Joy Division di Closer o di Atmosphere, di quella compostezza preveggente e ultraterrena. Non c'è un riferimento a un brano preciso, Lorenzo qui riesce ad evocare l'atmosfera dei brani più riflessivi del gruppo mancuniano senza citare niente in particolare. E questo è senz'altro un suo merito.

Missed dreams riparte da timbriche e arpeggi di chitarra simili a quelli già esposti nel brano precedente ma li sommerge con energici riffs di chitarra e tastiere ossessive. E qui mi viene (con umiltà, da tecnicamente ignorante) una considerazione: perché ogni tanto non mandare a fondo scala quei potenziometri, quei cursori, con un po' di sano rumore, feedback, distorsione, così per vedere che effetto fa, a piccole dosi? Questo sarebbe un brano perfetto per quel lavoro, con la sua alternanza di arpeggi, scariche di chitarra e tastiere percussive (riuscite qui a sentire il mio amore per quella truffa di disco che è Psychocandy dei Jesus and Mary Chain?). Cosa dite? Ah, sì questo non è un disco di (prefisso a vostro gusto)-metal. Là si fa scientificamente rumore, qui no. Ma perché no?

La forma della ballata epica ritorna con The Maximum Sentence e qui il lato pop è accentuato dalla cantabilità delle strofe ma anche dalla parte finale di sassofono, strumento non consueto in ambito post-punk ma che qui ha un suo -piccolo- posto.

Black and White ci accoglie con una batteria quasi disco e un crescendo continuo dell'orchestrazione (tastiere, chitarre) che va a riempire alla fine tutti gli spazi dello spettro sonoro, ricordandoci che la lezione di Phil Spector e del suo 'wall of sound' ha influenzato un po' tutti nel pop-rock, compresi i musicisti della cosiddetta scena shoegaze. Il testo parla di una separazione, di una caduta da un paradiso molto terrestre a una realtà quotidiana in cui l'esperienza esistenziale del sentirsi inadeguati, dello sfasamento, di una qualche alienazione è purtroppo (o per fortuna, visto che i segnali sono importanti come punto di partenza del cambiamento) comune a tanti di noi.

Bene. Come concludere, se non scrivendo che aspettiamo l'ascolto del secondo episodio?


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