Deportation
Cosa dire? La fotografia è veramente brutale nella sua crudezza ed evidenza, nessuno vorrebbe mai vedere immagini di questo tipo, neanche se un trattamento di questo tipo, con catene e tutto il resto, riguardasse i peggiori criminali. Detto questo, quando, come fa il resto dell'articolo, si fa appello alla sensibilità dei lettori italiani con una 'mozione degli affetti', chiedendoci di distanziarci da 'quelli', perché noi non siamo o non vorremmo essere come 'quelli', ma infinitamente più civili, allora per me viene il momento di fermarmi e riflettere.
Riflettere per non reagire con riflessi condizionati, ma lucidamente pensare come nella mia (nostra) limitata capacità di influenzare i processi di decisione potrei evitare il riprodursi di situazioni come quella evidenziata nella fotografia (ma Giordano, per favore, ci potresti, se puoi, dire qualcosa di più sul contesto, sulle storie particolari di quegli uomini incatenati?).
L'autore, nel resto dell'articolo, inanella tutta una serie di questioni di cui alcune davvero importanti, che richiedono anch'esse una riflessione e uno studio approfonditi prima di poter esprimere qualunque sensata opinione.
Ma partiamo dal tema della 'deportation' dei migranti illegali. La nuova amministrazione statunitense rivendica l'esecuzione di questi provvedimenti come positiva pubblicità e risposta nei confronti della propria base elettorale. Ma questo genere di risposte al problema, senza magari troppa pubblicità, vengono date anche in Europa: in Spagna, a Ceuta e Melilla, gli immigrati senza documenti provenienti dal Marocco vengono respinti senza troppi complimenti dalle guardie spagnole (governo Sanchez, centro-sinistra); in Francia, alla frontiera con Ventimiglia lo stesso trattamento viene riservato ai clandestini provenienti dall'Italia (fino all'anno scorso governo Macron, centro-sinistra) ; nel canale della Manica, stessi respingimenti nei confronti dei clandestini provenienti dalla Francia (governo Starmer, laburista).
Possiamo certo rimproverare la pubblicità agli americani, ma non possiamo certo negare che siano in buona e 'civile' compagnia. E magari sui nostri vicini europei potremmo esercitare una maggiore influenza rispetto al gigante USA.
Seconda seria questione: 'dieci anni di sforzi ambientali'. Vogliamo intavolare un serio e realistico dibattito sui risultati di 20 anni di politica ambientale della UE, su un calcolo del rapporto costi/benefici attesi, con verifiche periodiche sui benefici realmente ottenuti e sugli svantaggi concomitanti che si riversano sulla maggioranza della popolazione europea? Perché è ovvio che nella realtà a fronte di certe scelte ci saranno una serie di benefici (a chi andranno?) e una serie di svantaggi (e questi a chi andranno?). Non entriamo quindi nello specifico di scelte come il 'tutto elettrico' e del suo ciclo di vita come prodotto, oppure sull'attribuzione di una importanza strategica al ruolo e al calcolo dell'emissione di CO2 e non, ad esempio, al problema del ciclo di produzione delle microplastiche.
OMS. Uscire o non uscire? Anche qui, prima di qualsiasi risposta partigiana ('cosa comporterà smontare l'OMS a 4 anni da una pandemia di milioni di morti?'), occorre riflettere su almeno 2-3 questioni: 1) Come funziona l'OMS e a chi rendono conto le sue decisioni, le sue raccomandazioni e i suoi provvedimenti; 2) Quali sono le fonti maggiori di finanziamento a questa organizzazione (questione ben conosciuta in economia come il problema della 'cattura del regolatore'); 3) riflettere sulla gestione della scorsa pandemia COVID 19, con decisioni a volte di dubbio fondamento scientifico e contraddittorie nel tempo.
Alla fine, anche qui, al di là di qualsiasi posizione ideologica, a mio avviso dovrebbe guidarci un sano calcolo costi/benefici (chi paga? Per che cosa paga? Cosa ottiene?).
Altra espressione che mi ha colpito è la 'marginalizzazione istantanea di intere comunità'. L'espressione forse si riferisce a gruppi sociali che non rispettino o non si conformino a una presunta nuova 'normalità' introdotta con la nuova amministrazione. E' possibile che in un sistema come quello statunitense, che fino alla elezione di Trump (ragionamento mio per assurdo) era comunque una tra le grandi democrazie del mondo, con i suoi pesi e contrappesi, si possa da un giorno all'altro introdurre un cambiamento così radicale e drammatico? Non stiamo esagerando?
E l'altra mia considerazione conseguente è che Trump è stato votato da milioni di elettori di varia composizione sociale ed etnica. Molti stati in precedenza a voto democratico si sono spostati sul voto repubblicano. Sarebbe utile cercare di capire perché ciò è accaduto, senza squalificare immediatamente e ideologicamente questa enorme base elettorale come oggetto di un improvviso impazzimento verso l'inciviltà e la barbarie.
Non sarà forse utile riflettere su come per una trentina di anni i governi precedenti, insieme all'establishment finanziario e culturale abbiano attuato politiche ad effetto di impoverimento economico ed emarginazione socio-culturale verso una larga parte di quell'elettorato di classe medio-bassa?
Magari Trump non è la soluzione. Ma neanche la negazione dei problemi lo è.
Infine, ecco la definizione del verbo DEPORT (da cui il sostantivo DEPORTATION) nell'Oxford Dictionary of English:
deport | dɪˈpɔːt

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