L'età dello yogurt - 2
Proviamo quindi ad immaginare un percorso individuale, usando come riferimenti le categorie di libertà e necessità, come anticipato. Mi sembra opportuno ripetere, a scanso di equivoci, che quanto scrivo è pura espressione personale, dettata da esperienza e riflessione, senza alcun carattere scientifico o di consiglio, che può essere quindi condiviso o meno.
Ciò che chiamiamo amore mal si sposa con la necessità. Amore è libera di scelta o non è. Senza libertà (e consapevolezza) può essere qualcos'altro, come innamoramento, desiderio, attrazione, proiezione sull'altro di una propria rappresentazione o aspettativa.
Nella metafora, libertà e consapevolezza sono contenitori dell'amore, ne definiscono la forma.
Come da tradizione plurimillenaria, che in ogni epoca trova un linguaggio differente per definirsi, ciò che chiamiamo amore nasce dal desiderio, dall'attrazione, in senso contemporaneo dalla proiezione delle proprie aspettative sull'altro o su altro, che diventa un oggetto dell'eros in senso ampio.
La psicologia degli ultimi due secoli ha reso poi patrimonio comune la consapevolezza che le nostre aspettative possono essere più o meno conscie e evidenti alla nostra coscienza. Così come può sfuggire alla coscienza la qualità di oggetto che possono assumere in questo processo di proiezione persone, situazioni, esperienze.
Nella fase di proiezione e rappresentazione, in cui l'altra persona o altra realtà si prestano e contraccambiano, o sembrano farlo, siamo rassicurati, compiaciuti, rafforzati nelle nostre sensazioni e convinzioni, ci sentiamo amati. Siamo al settimo cielo di un edonismo sinestetico e interiore.
Sempre come da tradizione e letteratura plurimillenaria, viene il momento in cui la fase di proiezione delle aspettative, la fase edonistica ha un termine, anche se non lo vorremmo mai, ma perché?
La mia risposta è che siamo esseri in continua evoluzione e in cerca di crescita, come avrebbe detto Dante: 'fatti non foste....' E' quindi molto probabile che a un certo punto le nostre aspettative giungano a coscienza e si prenda atto dell'assoluta alterità e irriducibilità a noi stessi dell'altro. Quando va bene noia e fatica, poi, forse anche dolore e disagio (L'enfer c'est les autres?).
Come direbbe certa consulenza psicologica un tanto al chilo, la routine quotidiana sta distruggendo il nostro benessere personale e ci spinge fuori dalla nostra comfort zone che ci siamo costruiti con tanta fatica, lavoro e impegno. Fatica e lavoro che sembrano al momento sprecati, gettati al vento dalla ingratitudine di qualcosa o qualcuno, o meglio resi vani dall'inevitabile sviluppo delle situazioni e dalla delusione delle proprie aspettative.
E ora che si fa?
La liquidità postmoderna, sostenuta da rinforzi sociali, economici e culturali adeguati, spinge allo scioglimento, alla liquidazione, perché l'impegno ci mette a disagio, costa fatica, perché il benessere personale (qualunque cosa esso sia) è centrale nella nostra rappresentazione della realtà.
La nostra percezione dell'essere e del nostro essere vede poco oltre questo, quindi ricominciamo da capo, molliamo per ripetere il sempre uguale, ma leggermente diverso.
In questa antropologia, ripeto, la temporanea percezione di noi stessi e della realtà è l'unica sicurezza che ci resta, a questa ci attacchiamo e paventiamo il resto come ignoto, rischioso. In senso economico-affettivo si potrebbe dire che non vogliamo più investire in una impresa che ci sembra in perdita, che non prevediamo più un punto di pareggio o peggio ancora un ritorno sull'investimento.
Si evita una paventata schiavitù e fatica ma dove si ritorna? Da una ansia per un impegno paventato a una ansia del desiderio, che, deluso, ricerca la stessa cosa (ma non sarà mai la stessa). Si può essere quindi schiavi dei propri desideri? Si riduce tutto ancora economicamente a un consumo, un attrito, alla coscienza di un tempo in fuga e da inseguire senza...perdere tempo.
Libertà, necessità, tempo. Possiamo prescindere da questa schiavitù del desiderio e del tempo (che, come si dice, è denaro)?
E se proprio la fatica del vivere e della relazione, ciò che vogliamo evitare, sia proprio quello che ci può far crescere ed evolvere come esseri umani?
Se proprio nel farsi carico, condividere (una forma di Àgape) insieme questo momento sia una chiave per (parola grossa) la gioia e la liberazione del nostro tempo dalle categorie economiche e del consumo?
La prospettiva del tempo, sottraendola a queste logiche, cambia. Il processo conta più del risultato, il percorso più dell'arrivo. L'attenzione al momento e compito presente, l'attenzione alle persone presenti in quel momento trasforma la qualità stessa dell'esperienza. L'attenzione reciproca, la condivisione, rende secondaria ogni programmazione quantitativa del tempo.
Ripeto, non c'è niente di nuovo in tutto questo, capite che è sapienza che gira da millenni ma che noi, immersi nella liquidità postmoderna, percepiamo come controintuitiva, contraria al nostro benessere e piacere, insomma come una fregatura.
Ma come nel verso Dantesco, in cui Ulisse e i suoi marinai, insieme, rischiano e perdono la vita per seguir 'virtute e canoscenza', così, forse, l'unica via di uscita dalla liquidità di questo oceano indistinto è proprio nell'affrontare insieme il limite, nell'accettare questo impegno e rischio come via di evoluzione personale e interpersonale.
E ancora non si è parlato di fede in qualcuno o qualcosa (fate voi se debba essere scritto con la maiuscola o la minuscola).

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