Lavorare stanca
Dubito che Cesare Pavese, quando nel 1936 pubblicò la raccolta omonima, avesse qualche coscienza dei cambiamenti che sarebbero intervenuti nella società Italiana del secondo dopoguerra e oltre: il boom economico, lo sviluppo del terziario avanzato, la finanziarizzazione dell'economia, la delocalizzazione della produzione in seguito all'ultima globalizzazione, il processo di deindustrializzazione. Il workaholism. Forse traducibile in italiano con dipendenza patologica dal lavoro finalizzato alla produzione di reddito (con buona pace della capacità di sintesi della lingua inglese).
La coautrice del testo che qui recensisco (Lavorare troppo. Riconoscere e contrastare il workaholismo di Paola Spagnoli e Cristian Balducci, Il Mulino, 2024) mi ha fatto dono di una copia che ho letto abbastanza velocemente, trattandosi di un testo agile e di scopo divulgativo.
Trattandosi di un testo comunque di un settore disciplinare abbastanza circoscritto e non essendo io un esperto del settore, la mia recensione sarà molto libera e senza nessuna pretesa di carattere scientifico, esprimendo opinioni personali basate su mie cultura generale ed esperienze in senso ampio (caveat!).
Piena occupazione?
Partiamo da una considerazione di contesto.
Il fenomeno del workaholism può essere, credo, senza eccessive esitazioni collocato in una economia capitalistica occidentale in cui il settore terziario avanzato e il settore finanziario sono molto sviluppati, per motivi che qui non starò a sviluppare in esteso, ma che a mio avviso riguardano il tipo di lavoro, di tipo mediamente o molto qualificato e in cui la componente manuale ha un ruolo limitato nei confronti di quella concettuale-intellettuale (ricordando la vecchia qualifica di impiegato di concetto). Detto questo, se la componente di scelta individuale ricopre un ruolo importante, come riportano gli autori, si potrebbe aggiungere che questa possibilità di scelta è facilitata in una economia del lavoro tendente alla piena occupazione, dove ogni tipo di mobilità del lavoro a scelta individuale è facilitata.
Cosa succede invece quando il tasso di disoccupazione generale tende a salire, come dopo la crisi del 2008 (USA) e del 2011 (Italia ed Europa)? E segnatamente, quanto il peggioramento qualitativo e quantitativo delle condizioni lavorative influenza il fenomeno?
Sarebbe inoltre interessante approfondire il legame tra fattore culturale e workaholism. Senza scomodare Max Weber e L'etica protestante, quanto del tipico individualismo anglosassone e nordamericano si è trasferito nelle culture del sud europeo e mediterraneo, come il nostro paese? A che mutazioni è stato sottoposto?
Scelta o costrizione
Ci sono poi ambiguità di definizione legate alla percezione individuale del fenomeno, in cui ci sarebbe un coinvolgimento positivo il work engagement, a fronte di un suo lato negativo, il vero e proprio workaholism.
Il primo sarebbe legato a una forte motivazione al lavoro e alla partecipazione da parte del lavoratore, il secondo invece a tempi di lavoro esasperati, a una coazione al lavoro o a costrizioni esterne di tipo economico, organizzativo o riconducibili a pressioni psicologiche.
Un elemento che viene richiamato nel testo è il livello di identificazione con il proprio lavoro corrente, ovvero quanto la mansione lavorativa definisce l'identità della persona. Al netto di costrizioni economiche o organizzative, mi viene da pensare che una eccessiva identificazione con il lavoro e le gratificazioni che ne derivano, ma anche una eccessiva specializzazione possano spingere in direzione del workaholism piuttosto che verso un coinvolgimento positivo.
La specializzazione è un connotato tipico delle società capitalistiche avanzate, ma anche di un modello di scolarizzazione e formazione tipico delle società anglosassoni.
Nonostante il fatto che anche il modello di scuola e formazione in Italia si stia a grandi passi (e non sempre con risultati positivi) dirigendo verso questo modello, rimane sempre una positiva influenza del nostro modello storico, quello umanista, in cui si presuppone una approfondita e ampia cultura di base, con elementi classici e multidisciplinari. Questa formazione, che per semplificare riassumerei nel modello dei nostri Licei, permetterebbe una comprensione della realtà più ampia rispetto a una formazione settoriale, ma anche una capacità di adattamento critico alle mutate condizioni sociali e del mercato del lavoro.
Questa è senz'altro una ipotesi che andrebbe esplorata meglio, a mio avviso.
Psicologismi
Nella infinita questione novecentesca delle scienze umane e sociali, ovvero se certi fenomeni abbiano cause endogene o esogene all'individuo, anche qui si elencano gli studi salienti di questa branca della psicologia sociale (psicologia del lavoro e delle organizzazioni): alcuni di questi tendono ad esaltare le spinte interne alla psicologia individuale, alcuni all'ambito famigliare (quindi alla socializzazione primaria), altri a istituzioni esterne alla famiglia, come scuola ma soprattutto lavoro (socializzazione secondaria, quindi).
In particolare si cerca di mettere in relazione diverse teorie della personalità con una tendenza al superlavoro. Un posto particolare è legato a tendenze tipiche della vita urbana, come iperattivismo, perfezionismo, ansia di prestazione, oppure ricerca esasperata e competitiva di risultati lavorativi come conferma a una autostima deficitaria.
Anche la questione di genere resta controversa, non riuscendo i diversi studi di una certa importanza a stabilire con chiarezza se il ruolo maschile o femminile abbia più peso nello scatenamento di questa sindrome.
Tornando invece all'ambito strettamente lavorativo e alla sua organizzazione, senza entrare troppo nei particolari mi sembra sia da rimarcare l'importanza del gioco delle aspettative. Aspettative che possono riguardare sia quelle che il lavoratore ha nei propri confronti, oppure quelle che i componenti rilevanti nell'organizzazione stessa hanno nei confronti del lavoratore stesso.
Personalmente ritengo a questo punto interessante introdurre il tema dell'identità personale e sociale. Quanto è l'investimento identitario di un individuo nel lavoro? Ovvero, fino a dove si fa un lavoro, o fino a dove si è quello stesso lavoro (fare o essere?).
(Il tema non è affatto nuovo, storicamente ha almeno due-tre millenni, a partire dalle caste dell'Antico Egitto e passando per le corporazioni medievali, ma non è qui il momento di aprire questo campo sterminato, rimaniamo in questo secolo.)
Nel primo caso siamo definiti solo parzialmente da quello che facciamo, nel secondo molto di più. A spanna direi che una persona affetta da superlavoro debba oggi rientrare nella seconda categoria. Non avendo interessi o competenze specialistiche, mi interessa riflettere su un possibile vuoto di identità che il lavoro prova a riempire e invadere.
Può essere il workaholismo un sintomo di un malessere più profondo, di tipo antropologico ed esistenziale, che quindi la psicologia come scienza umana fa fatica a intercettare?
Perché poi il testo elenca tutta una serie di connessioni e conseguenze negative del fenomeno (dalla vita sociale disturbata, a tutta una serie di malattie, fino a tendenze suicide), ma anche una serie di dispositivi e pratiche finora individuati come elementi di prevenzione e contrasto (interventi terapeutici, organizzativi del lavoro, best practices, cambiamenti di stile di vita).
Quante di tutte queste conseguenze possono essere ricondotte alla categoria più generale dell'alienazione e quindi alla divisione della persona in sé, allo sfruttamento o nel caso dei lavoratori autonomi dell'autosfruttamento? Ovvero quante di tutte queste conseguenze possono essere meglio comprese nell'alveo dello sviluppo economico capitalistico in senso ampio, ovvero della svalutazione del lavoro individuale anche se qualificato e di valore aggiunto intellettuale? La categoria dell'alienazione richiama ovviamente Marx, ma anche altre concezioni antropologiche, sotto forma appunto dell'essere umano diviso in sé stesso, scisso nella coscienza di sé e del suo ruolo nel mondo.
Infine, questo testo, nel suo scopo divulgativo e di compendio dello stato dell'arte nello studio e trattamento del fenomeno, mi ha lasciato diversi dubbi e ipotesi aperte, piuttosto che certezze nell'individuare cause o terapie primarie. Ma per certi versi il lasciare aperte diverse ipotesi di ricerca è sempre un pregio in un testo a carattere scientifico, anche se non diretto a un pubblico di lettori specialisti.
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