Alto profilo 2 (Gramellini e Shakespeare)
In un gruppo Whatsapp che usiamo per lavoro una collega ha condiviso alcuni articoli di quotidiani, scritti da famosi giornalisti, in occasione della recente crisi di governo. Visto che Whatsapp e i social media in generale a mio avviso poco si prestano a riflessioni e anzi tendono ad alimentare affermazioni lapidarie e polarizzazioni, uso questo mio spazio per qualche pensiero in estensione (ma non senza qualche tensione). Da condividere con i colleghi e con chiunque voglia contribuire.
Il 22 luglio scorso, nello stesso giorno in cui Michele Serra scrive il pezzo di cui parlo qui, Massimo Gramellini sul Corriere scrive il breve 'Le Idi di luglio' tornando sulla crisi del governo Draghi. Gramellini sembra alimentare un (involontario? Mi piacerebbe saperlo.) cortocircuito comunicativo citando la vicenda storica dell'assassinio di Giulio Cesare, la cui rappresentazione più famosa è senz'altro nell'omonima opera di Shakespeare.
Il cortocircuito comunicativo sta nel fatto che, da sponde politiche -pensiamo- lontane da Gramellini, il Giulio Cesare di Shakespeare viene evocato a proposito del discorso al Senato del capogruppo della Lega, Massimiliano Romeo. Nel suo discorso di replica a quello del Premier, Romeo ha in certa misura retoricamente ricorso alla tecnica usata dal Marco Antonio shakespeariano nel suo discorso commemorativo di Cesare morto. Quanto questa scelta retorica di Romeo sia stata involontaria o cosciente lo si può desumere dal contesto politico del momento e soprattutto avendo già ascoltato il precedente discorso di Draghi al Senato (su questo infatti poggia buona parte della replica di Romeo). Trovate un resoconto accurato di questa vicenda (di parte, certamente), nel blog del senatore Alberto Bagnai.
Nel momento in cui in occasione di una scelta politica, come può essere un voto di fiducia a un governo, viene introdotta la categoria del 'tradimento', il Giulio Cesare di Shakespeare è sempre un riferimento letterario convincente, un cavallo di battaglia sempre utile.
Siccome però la categoria del tradimento nelle scelte politiche, soprattutto di carattere istituzionale, è foriero di equivoci, ambiguità, risentimenti, confusioni tra categorie politiche, morali ed etiche; ma soprattutto perché è difficile immaginarsi l'autorevole Mario Draghi nei panni del Divo Giulio pugnalato alle spalle senza farsi venire un sorriso e senza ironia, bisogna chiedersi con che scopo viene evocato il personaggio.
Nel caso del discorso di Romeo l'uso dell'ironia non può essere escluso ed è anzi funzionale agli obiettivi auspicati. Nel caso di Gramellini mi sembra che il giornalista, in questo caso dia più spazio al rimpianto e all'invettiva, quindi ponendosi internamente al dramma shakespeariano, invece di usare l'allegoria in senso metateatrale e ironico.
Rifacendosi al tradimento, altre categorie prepolitiche e preistituzionali, più attinenti alla sfera etica e morale si fanno largo nel testo: orgoglio, vergogna, coraggio, invidia, adulazione.
Quindi, semplificando, ci troviamo di fronte a due letture contrastanti. La prima inquadra il voto di fiducia come atto prettamente politico: l'azione governativa non trovava più d'accordo vaste aree della maggioranza per differenti motivi, e, presentatasi l'occasione per farlo, al momento ritenuto più opportuno, queste hanno sfiduciato governo e premier. Messo di fronte a varie possibilità (almeno due, mi sembra), il Presidente del Consiglio ha scelto le dimissioni. Il Presidente della Repubblica, preso atto dell'inesistenza di una maggioranza alternativa, ha sciolto le Camere. Normale grammatica parlamentare e istituzionale. La vicenda di Draghi è accostabile al dramma di Cesare solo facendo uso di ironia e come esercizio retorico, in questa lettura.
L'altra lettura fa ricorso al non politico, al prepolitico, non lontano dall'antipolitico.
Mario Draghi, immune da certi compromessi, sopra le parti, perché proveniente dall'aristocrazia (élite) intellettuale e finanziaria europeista, nel momento del destino è stato abbandonato e ingannato come Giulio Cesare da un gruppo di meschini personaggi spinti da basse pulsioni personali che poco hanno a che fare con la politica, con l'interesse comune e molto con il tornaconto personale e di ristretti gruppi.
Ci può aiutare nel dubbio l'ultimo paragrafo di Gramellini (mie le evidenziazioni in grassetto):
'D'altronde è dai tempi di Bruto che le persone di talento piacciono agli italiani solo quando se ne vanno, quando cioè viene meno l'invidia che il loro talento provoca in chi ne è sprovvisto. Fino a un attimo prima passano per privilegiati o sopravvalutati, ma appena lasciano libera la poltrona vengono rimpianti e mitizzati da tutti, a volte persino da chi li ha fatti fuori, e sempre dal popolo nel cui nome i congiurati millantavano di aver agito.'_Royal_Shakespeare_Theatre.jpeg)
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